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Tutti i bambini sono uguali nella loro diversa unicità

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(ovvero, i diritti dell’infanzia al di là della legge)

Il fanciullo che ha fame deve essere nutrito
il fanciullo malato deve essere curato;
il fanciullo il cui sviluppo è arretrato deve essere aiutato;
il minore delinquente deve essere recuperato;
l'orfano ed il trovatello devono essere ospitati e soccorsi.
(Dichiarazione dei diritti del fanciullo, Ginevra 1924)


Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti.



Che cosa vuol dire “uguali”? Dobbiamo intenderci sul concetto di uguaglianza. Ognuno di noi in realtà rappresenta un’esperienza unica e irripetibile: siamo tutti uguali ma siamo anche tutti diversi, abbiamo storie diverse, diverse culture e diversi modi di pensare. Trattare persone diverse allo stesso modo, quindi, può essere fonte di grave ingiustizia. Paradossalmente, invece, offrire un trattamento diverso a situazioni diverse è l’unico modo per garantire veramente il rispetto del principio di uguaglianza.


Questo è sicuramente vero con riferimento a soggetti diversi. Ma se ci fermiamo un attimo a ragionare, ci accorgiamo che questo è anche vero con riferimento alla vita di ogni singola persona nelle sue diverse fasi evolutive. La vita dell’uomo rappresenta infatti un’esperienza dinamica, in continua evoluzione: l’infanzia, la maturità, la vecchiaia sono fasi successive in cui la stessa persona presenta esigenze diverse. Non si tratta di vite diverse, ma di momenti diversi della stessa vita, legati dal quel filo conduttore che è l’unicità della storia personale di ogni essere umano.
Allora è facile rendersi conto che le esigenze di un bambino sono differenti dalle esigenze di un adulto o di un anziano. I bambini sono giovani esseri umani, e questa combinazione di umanità e gioventù li rende speciali nei confronti del diritto. La mancanza di una piena maturità fisica e intellettuale, e il fatto che fino ad una certa età (peraltro variabile da caso a caso) la personalità di un individuo non si sia ancora formata, fa sì che i bambini necessitino di protezione e di cure particolari. E’ per questo che normalmente, nella maggior parte delle giurisdizioni, ad esempio, ai bambini e ai minori in genere non è legalmente consentito votare, o sposarsi, o comprare alcool o tabacco, o avere rapporti sessuali o lavorare alle dipendenze di qualcuno.


L’esigenza di accordare all’infanzia una tutela speciale era già stata affermata nella Dichiarazione dei diritti del fanciullo di Ginevra, 1924, e nella Dichiarazione dei diritti del fanciullo del 1959. Questa esigenza fu anche riconosciuta nella Dichiarazione universale dei Diritti Umani del 1948 (documento in cui per la prima volta vennero affermati i diritti fondamentali di ogni persona): in quel testo, si afferma infatti che l’infanzia ha diritto a speciali cure ed assistenza (articolo 25).


Ma questo tipo di considerazione non era sufficiente per l’affermazione di una vera cultura dei diritti dell’infanzia: la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo del 1948 fa riferimento quasi esclusivamente all’essere umano adulto, mentre la Dichiarazione del 1959, sebbene rappresenti un passo in avanti, è pur sempre una semplice affermazione di principi senza valore giuridicamente vincolante.


La causa di ciò risiede nella particolare concezione che all’epoca la coscienza comune aveva del fanciullo. Proprio a causa della sua (presunta) non ancora compiuta maturità, il bambino non veniva mai considerato come “soggetto” potenzialmente titolare di diritti, ma esclusivamente come “oggetto” di protezione. I destinatari delle norme giuridiche dedicate all’infanzia, infatti, erano in realtà gli adulti. In altre parole, non si parlava di diritti del bambino, ma piuttosto di obblighi dell’adulto nei suoi confronti. La tutela del minore si realizzava così solo di riflesso.


Tuttavia, gli anni ’60, ’70 e ’80 furono anni di profondi cambiamenti. Una più ampia diffusione dell’istruzione, la circolazione di nuove concezioni sociologiche, storiche e psicanalitiche, accompagnate dalle prime riforme legislative, consentirono l’apertura a nuove visioni dell’infanzia e dell’adolescenza. Molti educatori, psicologi, sociologi e magistrati cominciarono a sostenere l’idea che il bambino debba essere il soggetto principale di ogni provvedimento che riguardi la sua vita, e che il suo interesse debba essere considerato prevalente rispetto all’interesse eventualmente configgente dell’adulto.


Questa evoluzione culturale, sociale e giuridica condusse, dopo diversi anni di preparazione e di duro lavoro di coordinamento, all’adozione, nel 1989, della Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza: il testo è giuridicamente vincolante per i paesi firmatari, e il suo scopo è quello di riconoscere e proteggere la dignità umana e l’armonioso sviluppo di ogni bambino in quanto persona. Il documento è entrato in vigore nel 1990, ed è stato presto ratificato dai governi di quasi tutti gli stati del mondo (193 paesi), esclusi Stati Uniti d’America e Somalia.


In 54 articoli e due Protocolli Opzionali, questo trattato enuncia i diritti e le libertà fondamentali di tutti i bambini e adolescenti di età compresa tra 0 e 18 anni, offrendo un’articolata gamma di diritti civili, politici, culturali, economici e sociali. La Convenzione si fonda su alcuni principi di base: la non discriminazione, l’attenzione al miglior interesse del fanciullo, il diritto alla vita, alla sopravvivenza e allo sviluppo, il rispetto per l’opinione del bambino. Essa riconosce, tra gli altri, il diritto alla protezione e alla partecipazione alla vita familiare, culturale e sociale, il diritto all’uguaglianza, all’identità e alla nazionalità, alla salute e al benessere, all’ascolto, all’amore e alla comprensione, ad un’istruzione adeguata, alle cure, alla casa, alla pace, al gioco.


Inoltre la Convenzione e i Protocolli affrontano specifiche, delicatissime, tematiche legate alla protezione dei minori contro ogni forma di abuso: sfruttamento minorile, lavoro minorile, vendita di minori, prostituzione minorile, pornografia minorile, coinvolgimento di minori in conflitti armati. Essa istituisce inoltre un Comitato dei diritti del fanciullo, con lo scopo di monitorare i progressi compiuti dagli Stati contraenti nella realizzazione dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza.


Con la Convenzione ONU del 1989, dunque, il percorso culturale che ha portato al riconoscimento di diritti specifici per la gioventù si è compiuto, ed è stato consacrato nella redazione di testi giuridicamente vincolanti. Finalmente i diritti dell’infanzia sono stati riconosciuti e dichiarati. Ma, al di là di ogni dichiarazione e del suo valore giuridico, i diritti dell’infanzia non possono essere solo affermazioni che si trovano e restano nei testi legislativi: i diritti dei bimbi devono essere riconosciuti nella vita quotidiana. E, al di là del lavoro delle istituzioni, dipende da noi, da ciascuno di noi, dare ogni giorno a quei diritti un significato concreto e concreta realizzazione.


Come possiamo fare? Innanzitutto, attraverso la diffusione della cultura dei diritti dell’infanzia, perché “parlando dei diritti dei bambini, si aiutano anche altri bambini. Più la gente capisce che i bambini e i ragazzi hanno dei diritti, più sarà disposta ad aiutarli ad avere tutto ciò che serve loro per crescere sani, sicuri e liberi”.


In secondo luogo, e soprattutto, attraverso l’amore sincero e il profondo rispetto della differente unicità di ogni bambino.


Stefano Marino


Fonti:


http://www.un.org/en/index.shtml
http://www.ohchr.org/EN/Pages/WelcomePage.aspx
http://www.unicef.org/index.php
http://www.unicef.it/Allegati/Diritti_dei_bambini_in_parole_semplici.pdf
http://www.amnestyusa.org/
http://plato.stanford.edu/entries/rights-children/
http://www.crin.org/index.asp
http://www.viveremeglio.org/
http://en.wikipedia.org/wiki/Children's_rights


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